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Recovery fund e vertice a Bruxelles, l’Europa di fronte alla legge dei numeri


Cio un rapido rimbalzo dopo una caduta. Questo modello di ripresa ormai reso impossibile dall’onda lunga del contagio, che continua a spostarsi in Europa e nel mondo. Ci si pu dunque esercitare paragonando quel che accade ai fatturati delle imprese o ai posti di lavoro a qualunque altra lettera dell’alfabeto, per esempio una W: caduta, ripresa, ricaduta con la seconda ondata del virus e cos via.

Ma se si vuole capire cosa porta 27 capi di Stato e di governo a Bruxelles in questo weekend di luglio, bisogna guardare invece i numeri. Anche questi li ricorda Buti: alla fine dell’anno prossimo, alle previsioni attuali, l’economia tedesca sar del 13% pi grande di com’era alla vigilia dell’altra grande crisi nel 2008; quella francese sar del 7% pi grande, quella spagnola sar del 3% pi grande. Quella italiana sar del 9% pi piccola rispetto a dov’era 2008, anno del cambio della guardia fra l’ultimo governo di Romano Prodi e l’ultimo di Silvio Berlusconi. Ed eccoci qua, dodici anni dopo. Berlusconi ancora potenzialmente centrale negli equilibri politici del Paese; Prodi in fondo non si oppone all’idea che il suo ex rivale si allei con il Pd che egli stesso ha contribuito a fondare. Nel frattempo la rapidit e le dimensioni della deriva dell’Italia rispetto ai suoi vicini toglie il fiato. E continua: la Commissione si aspetta che alla fine del prossimo anno nessun Paese avr perso altrettanto terreno.

Per questo una delle verit non dette che quei 27 leader sono oggi a Bruxelles per cercare di capire, un’ultima volta, cosa possono fare per arrestare la Grande Divergenza che sta portando l’Italia su tutta un’altra rotta. Se ancora possono fare qualcosa. Perch sanno dall’esperienza del 2008 e anche del 2020 che questi grandi choc della globalizzazione diventano degli acceleratori, o dei punti di svolta. Non si torna pi al mondo di prima. Forse le tendenze di prima accelerano e allora la deriva pu portare il Paese lontanissimo dagli altri, in un gruppo a s. Oppure magari la scossa della crisi catalizza una reazione - della societ, non solo della politica - che rimette un Paese in marcia. accaduto alla Spagna dopo la crisi bancaria del 2012 e infatti negli ultimi anni gli iberici, in proporzione alla loro economia, hanno attratto molti pi investimenti esteri e sono cresciuti pi di Germania, Francia o Italia. Sembra invece che per il governo a Roma gli investitori esteri siano merce sacrificabile sull’altare di una retorica vagamente chavista: con i Mittal si sono violati gli accordi che li avevano portati all’Ilva; Lufthansa non va bene, se vuole il controllo di Alitalia che non sta in piedi; i soci di minoranza di Atlantia (il 70% del capitale) trattati come carne da cannone; e a London Stock Exchange si vuole sfilare ex officio Borsa Italiana nell’idea, serpeggiante, di portare anche quella nell’alveo pubblico di Cassa depositi e prestiti. Facile immaginare quanto il prossimo investitore, italiano o estero, si senta invogliato a rischiare i suoi soldi facendo impresa in un Paese cos.

Non sembra, ma in queste ore a Bruxelles i leader europei stanno parlando anche di questo. la condizionalit, il cuore politico del vertice: chi controlla che l’Italia aggiusti una serie di meccanismi per far s che 150 o 170 miliardi del Recovery Fund inneschino una reazione sana, invece di finire in un fal di spesa clientelare? Mark Rutte, il premier olandese, sa gi che non otterr il diritto di veto che reclama sugli esborsi da associare a progetti e riforme. probabile invece che il compromesso alla fine preveda che un gruppo di governi pi o meno ristretto avr il potere di opporsi ai versamenti, qualora giudichi che un Paese non ha lavorato abbastanza per ottenerli. Ma nei libri di storia questa sar una nota a pie’ di pagina, perch la sostanza che Angela Merkel la vede diversamente.

La cancelliera in cuor suo sa che nessuna riforma funzioner se un Paese non capisce che nel suo interesse. In questa crisi lei mossa da una reale solidariet, dall’intento di risaldare l’Europa attorno alla Germania in un mondo caotico, e un po’ anche dall’idea che l’Italia too big to fail: troppo grande perch la si possa lasciar fallire senza conseguenze. Gi, ma domani? Domani, la Polonia sar pi importante dell’Italia come partner nell’import e nell’export. Polonia e Repubblica Ceca insieme pesano un terzo dell’Italia come economie, ma per il commercio della Germania nei due sensi valgono gi il doppio. Se l’Italia non coglie ora l’occasione per fermare la sua deriva, alla prossima crisi qualcuno da Berlino dir: abbiamo gi dato, e non servito a niente.

17 luglio 2020 (modifica il 17 luglio 2020 | 22:46)

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