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ESTERI

Mondo Capovolto del 14 gennaio 2021


14 gennaio 2021

di

Sara Gandolfi

Cari lettori,

benvenuti nel Mondo Capovolto, un nuovo spazio per osservare i fatti del pianeta da una prospettiva diversa. Assieme ad altri giornalisti del Corriere (e non solo), vi accompagnerò in un viaggio verso Sud, oltre l’Equatore e fino alla punta estrema, alla scoperta di societ e culture lontane, che di rado conquistano le prime pagine dei giornali. Ogni giovedì, troverete notizie, storie, personaggi, approfondimenti, interviste e qualche spunto per letture insolite su Africa, America latina, Asia meridionale, Oceania. Sarà una «long newsletter», perché i fatti da raccontare sono tanti e poche parole spesso non bastano per capire l’importanza strategica e culturale di questi Paesi e il loro rapporto con l’Occidente. Se vi è piaciuta, girate la mail a familiari, amici e conoscenti. Se vi è stata inoltrata, potete iscrivervi (gratuitamente) qui.

In questo primo numero, Danilo Taino spiega perché è importante decifrare cosa succede in Africa e come si muove la Cina nel continente (prima di una serie di tre puntate). Viviana Mazza analizza come cambieranno i rapporti fra Stati Uniti e America Latina con l’imminente insediamento del democratico Joe Biden alla Casa Bianca e (di nuovo!) come si muove la Cina nell’ex «cortile di casa» degli Usa. Guido Olimpio ci racconta gli strani incidenti di percorso sulle rotte della cocaina e l’inferno tossico che ha colpito gli atolli del Pacifico. Alessandra Muglia presenta i duellanti delle elezioni che proprio oggi, 14 gennaio, decideranno il futuro presidente dell’Uganda. A chi si preoccupa del cambiamento climatico (e per fortuna non siamo in pochi) Valeria Palumbo rivela come agli antipodi i rischi d’invasione aliena arrivano dal Nord. E infine scoprite con noi le vignette satiriche di Bright Ackwerh, l’irriverente e pluripremiato caricaturista del Ghana, che in un’intervista mi ha confidato quanto si rischia a raccontare la politica agli africani con un disegno.

L’analisi/ Africa, quei 54 voti all’Onu che fanno gola alla Cina. Perché l’Europa resta a guardare?

Un uomo passa davanti ad un cartellone pubblicitario ad Alberton, vicino a Johannesburg. Il Sudafrica è stato uno dei Paesi più duramente colpiti dalla pandemia di Covid-19 del continente. (AP Photo / Themba Hadebe)

di

Danilo Taino

Statistical e geopolitical editor

Da trent’anni, ogni anno, il primo viaggio di un ministro degli Esteri cinese è in Africa. Il 2021 non ha fatto eccezione: Wang Yi ha da pochi giorni terminato la visita in Nigeria, in Tanzania, nella Repubblica Democratica del Congo, in Botswana e nelle Seychelles. Ma questa volta ha deluso. Mesi fa, il presidente Xi Jinping aveva sostenuto che l’invio all’Africa di vaccino contro la Covid-19 sarebbe stata una «priorità» per Pechino, all’interno del progetto di realizzare una «Via della Seta Sanitaria»; nella missione appena conclusa, però, il suo capo della diplomazia non ha fissato date per l’inizio delle forniture ai Paesi africani e nemmeno ha chiarito in quali termini la Cina intende condurre l’operazione.

Pochi dubitano che Pechino mantenga la promessa, almeno in parte. L’Africa è importante nella strategia geopolitica cinese: i suoi 54 Paesi sono 54 voti alle Nazioni Unite e nelle organizzazioni collegate, nelle quali Pechino vuole sempre più contare; soprattutto, il continente africano è considerato strategico per la rete di interconnessione politica e commerciale della Belt and Road Initiative che ha come premio finale l’aggancio pieno dell’Europa. Xi non rinuncerà dunque a rafforzare il suo soft-power mandando il vaccino cinese nel continente più povero.

La questione non è indifferente per l’Unione europea. È vero che nelle cancellerie della Ue non si riesce a ragionare in termini di geopolitica. Ma il miliardo e 350 milioni di persone che abitano oggi in Africa più o meno raddoppieranno entro il 2050 e una popolazione giovane avrà bisogno della creazione ogni anno di decine e decine di milioni di posti di lavoro; ciò aumenterà la pressione migratoria verso l’Europa e sarà fonte di ulteriore instabilità sociale che andrà ad aggiungersi a quella già in essere, dalla Nigeria al Mali all’Etiopia. Molti Paesi, tra l’altro ricchi di materie prime, saranno terreno di conquista di potenze esterne, Cina in testa. Un’Africa instabile e influenzata dalle politiche cinesi creerebbe una pressione straordinaria sull’Europa, forse insopportabile.

Il 1° gennaio di quest’anno, è entrata in funzione la African Continental Free Trade Area che ha l’obiettivo di creare un mercato unico e di arrivare a un’integrazione economica del continente. Delle 54 Nazioni firmatarie dell’accordo, per ora solo 33 lo hanno ratificato e di esse molte non sono ancora tecnicamente in grado di rispettare la libera circolazione delle merci. È qui che l’Europa potrebbe giocare un ruolo importante di sostegno. Potenzialmente, l’area di libero scambio può cambiare la posizione dell’Africa – un Prodotto lordo di 2.600 miliardi di dollari – rispetto al resto del mondo: la può trasformare da luogo di semplice esportazione di materie prime a trasformatore di queste per il mercato interno, dando una spinta all’industrializzazione. Nel 2019, meno del 15% del commercio estero dei Paesi africani è avvenuto con un altro Paese africano; per fare un paragone, la quota è stata del 52% tra i Paesi asiatici e del 73% tra quelli europei. La potenzialità è insomma enorme.

Un forte mercato interno ridurrebbe la dipendenza da altri Paesi, aumenterebbe il benessere delle popolazioni, diminuirebbe le tensioni sociali e forse migliorerebbe la qualità dei governi. Che Pechino preferisca continuare con gli aiuti in cambio di materie prime, di influenza e di voti all’Onu non è strano. Ma che l’Europa non sia interessata a favorire la crescita di un mercato dinamico in Africa e ad aumentare la stabilità del continente è sorprendente. Anche i Paesi Ue, in fondo, avrebbero i loro ministri degli Esteri.

Bright Ackwerh, il caricaturista che mette alla berlina i leader d’Africa e il «generoso» Xi Jinping

«Occupation»: i presidenti di Ghana, Nigeria e Senegal discutono intorno ad un piatto di riso jollof. Sullo sfondo, Xi Jinping sgattaiola via con il continente africano. Gli ingredienti usati per preparare il riso jollof sono importati, il più delle volte, dalla Cina (per gentile concessione dell’autore)

(Sara Gandolfi) Bright Ackwerh è un giovane artista satirico ghanese, molto popolare nell’Africa occidentale. Attraverso la pop e la street art, ma soprattutto con le sue caricature taglienti, si è trasformato in uno dei commentatori politici e sociali più seguiti (e controversi) dai giovani via social network . Lo abbiamo intervistato per il Corriere, qui trovate altre sue illustrazioni e questo è il suo profilo instagram.

Che cosa ispira le tue illustrazioni satiriche: rabbia, ingiustizia, spirito di provocazione?

«Sì tutto questo, e a volte semplicemente la mia curiosità. Alcune vignette nascono dalla paura o dall’ammirazione, o dal mio interesse a documentare un evento in un linguaggio che è facilmente comprensibile, e accessibile, da molte persone».

Hai mai avuto problemi per la tua «irriverenza»?

«Le critiche contribuiscono a creare un lavoro più originale, mi hanno aiutato a trovare strategie migliori. A causa della natura “sensibile” degli argomenti di cui dipingo, suscito di frequente reazioni contrastanti. Ciò è bello e salutare. Poi ci sono le richieste di auto-censura o i tentativi di censura. E questo invece non mi piace . Credo fermamente che l’arte debba avere la licenza di parlare liberamente perché fornisce a tutti un canale molto importante per immaginare le situazioni in modi diversi e potenzialmente più audaci. Incoraggio le critiche del pubblico, tranne quando comportano minacce di danni fisici alla mia persona. E questo purtroppo l’ho sperimentato. È diffusa l’idea che gli artisti in Ghana siano liberi di creare ma fatti recenti hanno dimostrato che c’è sempre un’istituzione o una figura politica pronta ad intimidire qualsiasi espressione critica. Continuare a interrogare i limiti della libertà d’espressione è per me cruciale».

Nella vignetta, Mugabe (ex presidente dello Zimbabwe, morto nel 2019) vuole avvelenare la regina Elisabetta mentre Emmerson Mnangagwa, nuovo leader del Paese, le offre il té

Il tuo lavoro spesso prende di mira anche le potenze straniere che fanno affari in Africa: lo consideri una sorta di neo-colonialismo?

«Penso che ci siano stati alcuni sforzi concertati da parte di funzionari di Paesi stranieri e loro controparti locali per posizionare il Ghana in uno spazio che sia vantaggioso ai loro interessi, il che non si traduce necessariamente in benessere sociale o economico per tutta la popolazione. Spesso questo diventa il tema del mio lavoro. Immagino che ciò si possa definire con il concetto più ampio di neo-colonialismo, solo che stavolta la strategia utilizzata è il debito. Il caso del Ghana e del suo rapporto con la Cina può essere visto attraverso questa lente. Negli ultimi anni la crescente influenza del governo e delle imprese cinesi attraverso enormi debiti e “generose donazioni” è diventata evidente e questo ha dettato il modo in cui i “detentori del dovere” in Ghana hanno affrontato questioni di illegalità che coinvolgono cittadini cinesi».

Xi Jinping è una delle tue caricature preferite, perché?

«Il presidente cinese è una figura ricorrente nel mio lavoro perché è un simbolo visivo attraverso cui parlare di qualsiasi cosa sia cinese ma anche perché è un personaggio adorabile da disegnare e dipingere».

Vignetta «We Dey Beg». Xi Jinping versa acqua melmosa da un vaso della dinastia Ming in ciotole tenute dal presidente del Ghana, Nana Akufo-Addo, e dal suo ministro delle risorse. E l’ambasciatrice della Cina in Ghana stringe felice un lingotto d’oro

Come mai usi tanto i social network per diffondere (gratuitamente) il tuo lavoro?

«All’inizio, nel 2013, trovai subito lo spazio di Internet e dei social media utile e stimolante perché mi dava la possibilità di interagire direttamente con un numero crescente di giovani che lo utilizzavano anche per generare un discorso critico. Inoltre, non c’erano molti luoghi espositivi in Ghana disposti ad ospitare il mio concetto d’arte. Non è più così oggi, molti si sono aperti all’idea di mostrare qualcosa di poco “conforme”. Internet, tuttavia, continua a svolgere un ruolo enorme nella concezione, creazione, diffusione e archiviazione dei miei dipinti».

La pop art è lo strumento giusto per far conoscere l’Africa al resto del mondo?

«La produzione culturale popolare è già uno strumento cruciale per aiutare a creare conoscenza sull’Africa. È molto facile cadere negli stereotipi, attraverso film o documentari. Quindi è importante riconoscere gli artisti che stanno usando gli stessi mezzi per dissipare queste credenze errate e creare nuove e più accurate conoscenze sul continente. Sono onorato di essere uno dei tanti che usano l’arte per questa causa».

Tra l’eterna questione cubana e Bolsonaro il «trumpiano», a Sud Biden deve vedersela con Pechino

Joe Biden e Jair Bolsonaro. Il presidente del Brasile, ultraconservatore, è stato tra gli ultimi leader internazionali a congratularsi con Biden per l’elezione alla presidenza Usa (Afp)

di

Viviana Mazza

Desk Esteri, esperta di Stati Uniti

In quattro anni cambiano molte cose. Joe Biden, che negli anni da vicepresidente di Obama fu il principale emissario degli Stati Uniti in America Latina, ha promesso che «l’incompetenza e la negligenza di Trump nella regione avranno fine sotto la mia Amministrazione». La sua elezione dovrebbe cambiare le politiche sull’immigrazione, sui cambiamenti climatici, sulla promozione della democrazia nella regione. Ma Biden non potrà riprendere i rapporti semplicemente dove Obama li aveva lasciati. Trump con la sua politica America First e l’uscita dalla Trans-Pacific Partnership ha lasciato un vuoto, riempito da Pechino. Dal 2018 la Cina ha superato gli Stati Uniti come principale partner dell’America Latina se si esclude il Messico: è diventata il partner economico principale di Argentina, Brasile, Cile, Perù, Uruguay, versando decine di miliardi di investimenti nelle infrastrutture elettriche, nelle autostrade, nei collegamenti wireless, nei porti. Molti di questi Paesi si sono uniti all’iniziativa della Via della Seta e i rapporti si sono rafforzati durante la pandemia di Covid-19. Ci sono leader come il brasiliano Jair Bolsonaro e Andrés Manuel Lopez Obrador che sono stati tra gli ultimi a congratularsi con Biden per la sua vittoria. Bolsonaro, che aveva un rapporto particolarmente caloroso con Trump, è infastidito dalle proposte di Biden di aiuti internazionali per fermare la deforestazione dell’Amazzonia e ha dichiarato che potrebbe venire l’ora di ricorrere alla polvere da sparo per difendere la sovranità del Brasile.

Fino agli ultimi giorni prima dell’insediamento, Trump ha seminato trappole, come l’annuncio dell’inserimento di Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. La mossa renderà più difficile a Biden riallacciare i rapporti in continuità con la politica di Obama o comunque sollevare una serie di sanzioni, e ostacolerà anche accordi commerciali tra L’Avana e Paesi terzi da cui dipende per beni essenziali, allontanando gli investimenti stranieri dal turismo locale. Nel programma elettorale di Biden c’era la promessa di affrontare innanzitutto i nodi dell’immigrazione dall’America centrale e Latina, che ha visto un aumento negli arrivi di minori non accompagnati, con un piano di 4 miliardi di dollari di investimenti in quattro anni per le riforme soprattutto in Guatemala, Honduras e Salvador. Ha inoltre dichiarato di voler facilitare elezioni libere sotto supervisione internazionale in Venezuela. Ma la domanda oggi è anche se Washington potrà recuperare quel ruolo di leader globale e di campione della democrazia dopo quattro anni di Trump scaturiti in un assalto al Congresso. Il compito di Biden non sarà facile.

LA FOTO DELLA SETTIMANA L’invasione delle scimmie urlatrici e delle anaconde gialle: l’effetto (rovesciato) della crisi climatica

Il puma (AP Photo/Andre Penner)

Il Nord avanza. E non è un buon segnale: nell’emisfero australe i danni del cambiamento climatico si vedono alla rovescia. Così, come ha denunciato El Pais, l’aumento delle temperature (fino a 3-4° nella zona nord del fiume Uruguay) permette alle specie tropicali di calare a Sud. Come se da noi cominciassero a circolare quelle del Sahara. Risultato: anaconda gialla, puma, scimmie urlatrici e formichieri nani là dove non dovrebbero essere. Esotico ma non sano.

Uganda, alle urne come alla guerra: l’ira del «dinosauro» Museveni contro il popolo giovane del rapper

Le mascherine elettorali dei duellanti: Bobi Wine a sinistra e Museveni a destra

di

Alessandra Muglia

Redazione Esteri, esperta di Africa e India

Quando nel 1986 si insediò per la prima volta da presidente dell’Uganda, Museveni uscì con il libro What’s Africa’s Problem? in cui sosteneva che «il problema dell’Africa e dell’Uganda non è la gente ma i suoi leader che non vogliono lasciare il potere». Trentacinque anni dopo, lo si ritrova in corsa per il sesto mandato e disposto a tutto pur di assicurarselo. In passato per potersi candidare ha fatto modificare due volte la Costituzione (rimuovendo nel 2005 il limite dei due mandati e nel 2017 quello dei 75 anni), per vincere ha perseguitato i suoi oppositori. Più di recente, in vista del voto di oggi, ha schierato l’esercito e cercato di silenziare in ogni modo il suo principale sfidante: Bobi Wine, il rapper popstar che siede in Parlamento dal 2017, ha la metà dei suoi anni, 38, e un seguito di milioni di ragazzi nel Paese più giovane al mondo, con l’80% degli abitanti neanche trentenne e due su tre disoccupati. Una spina nel fianco per «the old man», come viene chiamato Museveni, uno degli ultimi «dinosauri» d’Africa (solo i presidenti di Guinea Equatoriale, Camerun e Repubblica Democratica del Congo sono al potere da più anni). Del resto Bobi Wine parla di «causa generazionale»: ha collegato espressamente la sua campagna agli sforzi in corso nel resto del continente per liberarsi dei vecchi dittatori. Una campagna infuocata con manifestazioni disperse con la forza, i suoi sostenitori perseguitati e tanti arresti arbitrari. Lui stesso è stato più volte picchiato e messo ai domiciliari, di recente con la scusa di non aver rispettato la legge anti-coronavirus, che limita cortei e comizi.

La repressione ha toccato uno dei punti più sanguinosi a novembre, quando la polizia ha sparato sulla folla e ucciso 54 manifestanti. «Questa campagna è folle. Una guerra e un campo di battaglia. Ogni giorno, dobbiamo vedercela con i militari. Con lacrimogeni, granate, proiettili e pestaggi. Ho paura per la vita mia e dei miei compagni. Il regime vuole le nostre vite» ha denunciato nei giorni scorsi Wine, al secolo Robert Kyagulanyi, costretto nelle ultime settimane a muoversi in giubbotto anti proiettile e caschetto al posto del suo popolare basco rosso. Persino questo berretto è stato dichiarato fuori legge: Museveni, l’uomo dal «grande cappello», quello in stile coloniale, non lo ama: indossato in massa dai suoi oppositori, è diventato un simbolo di dissenso. Ce la farà il popolo del rapper a far cadere l’anziano despota? L’ex rivoluzionario un tempo osannato per aver salvato l’Uganda dagli orrori dei dittatori Amin Dada e Milton Obote, dopo cinque anni di sanguinosa guerra civile, ha visto il suo consenso erodersi drasticamente nel tempo, anche se può ancora contare sul sostegno di uno zoccolo duro di sostenitori, soprattutto nelle zone rurali, dove è apprezzato per la pace e la stabilità che il suo governo ha portato, in una regione afflitta da conflitti.

Anche in Occidente Museveni è riuscito ad accreditarsi come il garante della stabilità: si è schierato per la missione di pace in Somalia (contribuisce con il più grande contingente tra i Paesi africani) e ha accolto più di un milione di profughi dal Sud Sudan, con il plauso internazionale: noi del Corriere eravamo stati sul posto per vedere come funzionava il «modello Uganda», Paese che da solo accoglie più migranti di tutti quelli che arrivano in Europa dal Mediterraneo. Un modello decantato pure da Filippo Grandi, l’alto commissario Onu per i rifugiati. Elogi a parte, non ci saranno però osservatori internazionali a vigilare sul voto. L’Unione europea ha annunciato che non li invierà, perché le sue precedenti raccomandazioni non sono state recepite. E l’Alto commissario Onu per i diritti umani si è espresso sulle nubi che pesano su questo voto minacciato da intimidazioni e violenze. Nelle strade di Kampala, la gente canta «We Are Fighting for Freedom», un inno alla libertà di Bobi Wine. Ma che questa lotta porterà alla svolta è improbabile, a detta di diversi osservatori. Pesano sulle elezioni anche forti interessi economici concentrati nel grande giacimento di petrolio del Lago Alberto e nella nuova frontiera della regione del Karamoja, ricca di uranio, cobalto, oro, argento e altri minerali preziosi.

«Il mondo dovrà affrontare nel 2021 il dilemma etico che alcuni Paesi avranno molti vaccini e altri molto pochi o nessuno. Il virus non si ferma alle frontiere (come è già ovvio). Meglio che pensiamo ad una soluzione globale». Julio Castro Méndez è un medico infettivologo e professore alla Universidad Central de Venezuela.

Pacifico, le vie infinite della droga: alla deriva vicino alle isole Marshall una barca con 80 milioni di cocaina

Un atollo delle isole Marshall (ANSA/AP Photo/Rob Griffith)

di

Guido Olimpio

Esperto di narcotraffico

Una barca di 6 metri alla deriva vicino a Ailuk, atollo delle Marshall, Oceano Pacifico. All’interno cocaina per un valore di 80 milioni di dollari. Sulle confezioni, ben impacchettate per proteggerla dall’acqua, il logo di una compagnia che produce Tir negli Usa. Uno dei tanti simboli che i banditi utilizzano per contraddistinguere il destinatario. A trovare il tesoro una persona che ha subito avvisato la polizia, per nulla sorpresa di quanto è avvenuto. Non è la prima volta, nell’arco degli ultimi tre anni, che battelli pieni di droga o carichi perduti finiscano da queste parti. Anzi, secondo alcune testimonianze, alcuni dei natanti sembrano essere identici, forse usati dalla stessa organizzazione. Come sono arrivate su queste spiagge? Le risposte sono molte. La prima. È possibile che siano state spinte dalle correnti e forse sono partite dalle coste del Sud America. In passato studi scientifici hanno dimostrato come lo scenario sia plausibile. Nell’ultimo caso dicono che il battello fosse in acqua da molti mesi se non da un anno. La seconda teoria. Forse si tratta di missioni fallite da parte dei narcos, magari le condizioni meteo avverse hanno fatto naufragare un trasbordo da una nave madre. Oppure i contrabbandieri sono stati costretti ad abbandonare il tutto per non essere catturati. Sacrificare il carico – data la grande disponibilità di materia prima sul mercato – rappresenta un problema relativo. L’episodio, però, va oltre il piccolo giallo. Perché è la spia di una situazione ritenuta seria. Gli approdi di pacchi di droga – di solito tra i 18 e i 40 chilogrammi – raccontano solo una parte della realtà. Drammatica. Nelle isole cresce l’uso di stupefacenti, con questo aumentano i suicidi collegati e guai sanitari. Una dose di un grammo di crack costa appena 5 dollari, la polvere bianca dunque si diffonde veloce nelle strade, dove trova acquirenti e crea dipendenza. Le autorità, accusate di non aver agito con determinazione, hanno creato in maggio una task force per fronteggiare l’emergenza. Un impegno che si scontra con i flussi dei traffici, ormai planetari, e dalla difficoltà di controllare navi, pescherecci o una qualsiasi unità che incroci da queste parti. Basta un piccolo cargo che travasa le mattonelle sigillate su una scialuppa a motore, saranno poi i complici a trasportare la «merce» a riva. E questo si somma alle eventuali porzioni di droga finite a terra per caso. Capita anche su altre rotte. Nel 2019 sulla costa atlantica francese ne è stata rinvenuta oltre una tonnellata, di una purezza dell’83% e di possibile provenienza colombiana. A conferma di come certe vie siano infinite.

IL LIBRO/ «Cadere» di Carlos Manuel Àlvarez

(Sara Gandolfi) La storia di una famiglia: c’è un figlio che non crede nella rivoluzione; un padre che si aggrappa a un sogno ormai sfumato e cita Che Guevara di continuo, una madre malata che vede la vita sfuggirle dalle mani e una figlia che ha imparato a sopravvivere, anche con l’inganno. Il ritratto dolente e cupo di una Cuba diversa dall’isola turistica da cartolina o dal mito rivoluzionario dei «fidelisti». Carlos Manuel Àlvarez, giornalista e fondatore della rivista El Estornudo, ci porta per mano a conoscere la vita in un interno, a quattro voci, dal cuore disilluso dell’Avana. Per anti-nostalgici. (Sur edizioni, 150 pagine, 15 euro).

Argentina. L’accordo commerciale post-Brexit ha escluso i territori britannici d’Oltremare che perderanno ogni trattamento tariffario speciale nei loro commerci con l’Unione europea. Le Isole Falkland, al largo della costa argentina e già teatro di un conflitto fra Gran Bretagna e Argentina negli anni Ottanta, fanno parte di questo gruppo. Soddisfatto il governo di Buenos Aires che aveva chiesto a Bruxelles di considerarle territorio conteso. La popolazione delle Falkland vive in gran parte dei calamari che i pescatori europei – per lo più spagnoli – pescano nelle acque circostanti. Finora, il prodotto è entrato nella Ue proprio attraverso la Spagna senza pagare alcuna tariffa doganale.

Ghana. Nana Akufo-Addo ha prestato giuramento per il secondo mandato come presidente del Ghana, in una delle democrazie più stabili dell’Africa. Akufo-Addo affronta ora una doppia sfida: la pandemia di coronavirus (oltre 56.000 casi confermati) e il rilancio dell’economia.

Australia. A dicembre non è stata effettuata alcuna spedizione di carbone per la Cina dai due principali porti australiani, poiché continuano le tensioni commerciali tra i due paesi (in un anno, le esportazioni sono crollate dagli oltre $ 823,3 milioni del novembre 2019 a $ 121,7 milioni nel novembre 2020).

Kenya. Durissime polemiche sui social per la nomina dell’ex top model Naomi Campbell ad ambasciatrice del turismo nazionale. «Perché non scegliere una keniota, come l’attrice Lupita Nyong’o?», è la frase più ritwittata.

Africa orientale. Nuovi sciami di cavallette nell’Etiopia meridionale e nel Kenya settentrionale si stanno diffondendo ulteriormente nella regione dell’Africa orientale, ha avvertito l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). L’invasione sui campi continua.

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