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Il premio Cutuli a Azadeh Moaveni «Racconto le promesse di Isis alle donne»


Ho raccontato le storie delle donne dell’Isis per due ragioni, spiega Azadeh Moaveni, che il 16 novembre a Milano ricever il Premio Cutuli (foto di Isabella De Maddalena). In parte sentivo che l’ideologia di Isis era stata teorizzata dai media come se fosse un problema soprattutto religioso, con implicazioni terribili per i musulmani che vivono in pace in tutto il mondo e specialmente in Europa. E poi, personalmente, sono rimasta scioccata dalla facilit con cui le femministe occidentali hanno trattato queste seconde generazioni di ragazze musulmane europee reclutate dall’Isis come le ‘cattive’ della storia (anzich come vittime di una tragedia) e dalla velocit con cui le hanno disconosciute: non erano pi britanniche o tedesche… Per me, donna mediorientale di seconda generazione cresciuta in Occidente, stata una lezione su quanto sia fragile l’idea di cittadinanza occidentale per chi non bianco ed musulmano.

Diciotto anni fa Maria Grazia Cutuli ha testimoniato il suo impegno andando a raccontare la guerra in Afghanistan. Con simile tenacia e voglia di capire la guerra al terrore al di l delle apparenze, Moaveni, giornalista americana di origini iraniane, si recata in Siria e Turchia per raccontare storie individuali capaci di illuminare un quadro pi ampio: nei suoi reportage e nel libro Guesthouse for Young Widows (Ostello per giovani vedove) esplora le motivazioni che hanno portato tunisine, siriane, britanniche a unirsi al Califfato.

Quando ha contato la promessa di empowerment femminile e giustizia sociale? Diversamente dai gruppi jihadisti che l’hanno preceduto, Isis ha promesso alle donne ruoli importanti, non solo come mogli e madri. Anche se non c’era una intenzione di mantenerle, erano promesse di grande attrattiva nel Medio Oriente arabo all’indomani del fallimento della Primavera araba: le donne erano state un motore delle rivolte, anelavano all’accesso alla politica, che in quasi tutta la regione rimasta stagnante, pericolosa, elitista. Anche per le europee spesso ci sono dietro storie personali di ribellione: contro genitori conservatori e una societ da cui non si sentono incluse n rispettate.

Quest’anno vogliamo dedicare idealmente il premio Cutuli alle combattenti curde: hanno battuto l’Isis ma la loro lotta non finita. Provo una forte affinit con loro. Nella loro esperienza rivedo quella delle iraniane negli Anni 80. Sperimentano forme di militanza e di autodifesa della nazione, se ne servono per ottenere una qualche autonomia nella societ e nelle famiglie. Ma necessario l’accesso alla politica per perseguire il cambiamento e trasformarlo in legge, per proteggersi dalle ingiustizie culturali e religiose. La societ curda resta conservatrice: anche tra coloro che accettano che le donne combattano vigono norme sociali rigide. Non dobbiamo credere che queste donne coraggiose abbiano gi ottenuto ci che vogliono. Guardate quel che successo dopo la rivoluzione iraniana: le donne lottano ancora per l’uguaglianza in un sistema che loro stesse hanno contribuito a portare al potere. La lezione? Solo quando alle societ viene data la possibilit di ricostruire, anzich essere costantemente destabilizzate da politiche regionali, le donne possono rimodellare le societ patriarcali dall’interno in modo duraturo.

14 novembre 2019 (modifica il 17 novembre 2019 | 14:24)

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