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«Trump ruba le canzoni» E Neil Young gli fa causa


Dal nostro corrispondente Washington E’ dal 16 giugno 2015 che Neil Young ripete a Donald Trump: non voglio che usi le mie canzoni. Quel giorno l’imprenditore newyorkese scese dalla scala mobile della Trump Tower e annunci che sarebbe diventato il pi grande presidente nella storia degli Stati Uniti. Nel grande atrio di marmo, i primi fan e molti figuranti esultarono sulle note di Rockin’ in the Free World, una delle composizioni pi note dell’artista nato a Toronto, in Canada, 74 anni fa.

In tutto questo tempo Trump ha ignorato le proteste, sostenendo di aver pagato i diritti d’autore per poter riprodurre migliaia di brani, compresi quelli di Young.

Rockin’ in the Free World (Facciamo Rock nel mondo libero) e Devil’s Sidewalk (Il marciapiede del Diavolo) hanno fatto da colonna sonora nell’ultimo fallimentare comizio di Trump, a Tulsa, Oklahoma, lo scorso 20 giugno e poi il 3 luglio nella cerimonia per la Dichiarazione di Indipendenza voluta dal presidente a Mount Rushmore.

A questo punto Young ha deciso di fare causa. Il 4 agosto i suoi avvocati si sono presentati nella Corte federale del Southern District di New York e hanno denunciato il comitato elettorale di Trump per violazione delle norme sui diritti d’autore. In generale chi paga le royalties pu riprodurre le canzoni in luoghi aperti al pubblico; a meno che l’autore non lo vieti esplicitamente, come ha fatto Young.

I legali hanno anche quantificato il danno presunto: 150 mila dollari. Il cantautore, che un ammiratore del democratico-socialista Bernie Sanders, ne fa una questione politica, come si legge nel documento depositato in tribunale: Non nostra intenzione mancare di rispetto ai diritti e alle opinioni dei cittadini americani, che sono liberi di appoggiare il candidato prescelto. Tuttavia in buona coscienza non pu essere consentito di usare la nostra musica come “colonna sonora” di una campagna divisiva, anti americana di odio e di ignoranza. Nel testo, in effetti, una contraddizione c’: difficile dire di non voler mancare di rispetto a chi sceglie Trump e poi accusare implicitamente queste stesse persone di appoggiare una campagna di odio e ignoranza.

La mossa di Young la pi clamorosa, ma non l’unica. Il 28 luglio scorso, 61 star hanno firmato la lettera inviata dalla The Artist Rights Alliance ai vertici del partito democratico e repubblicano: se volete la nostra musica, dovete chiederci il permesso. In calce i nomi, tra gli altri, di Alanis Morissette, Aerosmith, Mick Jagger, Keith Richards, Elton John, Elvis Costello, Lionel Rich, Pearl Jam, R.E.M, Duke Fakir. E’ il secondo tentativo corale, dopo quello del 2015 con 35 adesioni. E dopo una lunga serie di conflitti, alcuni memorabili. Nel 1984 Bruce Springsteen si infuri con Ronald Reagan che aveva adottato Born in the Usa come marchio musicale nei comizi. Il circolo reaganiano era convinto che fosse un motivo patriottico, perfetto per veicolare il messaggio della rinascita. Invece Springsteen racconta il ritorno a casa, amaro e disilluso, di un militare dal Vietnam. In fondo anche i trumpiani si sono innamorati di una canzone Rockin’ in the Free World che Young ha scritto nel 1989 per demolire la politica conservatrice del presidente repubblicano George H.W. Bush.

5 agosto 2020 (modifica il 5 agosto 2020 | 21:22)

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